mercoledì 30 novembre 2011

Il mio Natale


Ho nostalgia del mio Natale, una festa sincera dove il denaro era davvero poco. Tutto si svolgeva nel massimo della semplicità e spiritualità. Sicuramente sembrerò ovvia e nostalgica ma il Natale degli anni sessanta aveva un altro sapore, davvero!
Il giorno dell' Immacolta, otto dicembre, mia mamma prendeva in cantina le vecchie decorazioni e un alberello finto, un po' spennacchiato che aveva l'aspetto del poverello che doveva essere rivestito per apparire bello.
Era un' attesa spasmodica.
Per noi bambini aprire i vecchi scatoloni e rivedere, dopo un anno, gli addobbi era un rito.
Ogni volta mi sembravano bellissimi, pur non essendo decorati come quelli di oggi. Erano di vetro, lucidi e lisci, la plastica non aveva invaso il mercato. Erano tutti gingilli tondi, di tutte le misure ma solo rigorosamente tondi, io mi ci specchiavo. Ricordo che mamma ogni anno li riponeva con religiosa cura avvolgendoli uno per uno nella carta velina, non andavano rotti, tutto veniva riusato!
Le luminarie non avevano giochi di luci ma solo una intermittenza che però, davanti ai miei occhi di bambina, sembrava magia.
Rammento la gioia che provavo nel rivestire il vecchio alberello che da spoglio diventava sontuoso con tutto il suo carico di ricordi...Di ogni addobbo mia madre ricordava la storia ed era bellissimo ascoltarla anche perché era sempre arricchita da aneddoti nuovi, veri o falsi non so, sicuramente rendevano unico l'alberello di Natale.
Un altro rito importante della mia infanzia era la preparazione del Presepe.
Si iniziava con la raccolta della “sparracina”, una pianta che oggi, con tutti gli ibridi presenti nelle serre, sembra scomparsa.
Questo arbusto produceva delle bacche verdi che mature diventavano rosse, era abbastanza “capricciosa”. Fornita di spine non era facile toccarla o tenerla in mano.
La raccoglievo nel giardino della fattoria della zia Venera. Ne facevo un bel fascio che poi mia madre provvedeva a intrecciare per farne un semicerchio che veniva posto, come un cielo, sopra il presepe.
Alla sparracina venivano legati i mandarini e, avendoli, anche quelli piccoli cinesi a mò di lampadari. Ancora oggi se chiudo gli occhi ne rivedo la particolarità e ne risento il profumo. Nessun presepe per quanto bello e sontuoso, ricco di automatismi e statue perfette, sarà mai bello come quello della mia tradizione siciliana.
Alla base del presepe mettevo il muschio che regolarmente bagnavo e le pietruzze bianche per segnare le stradine da conducevano alla Sacra Famiglia.
Tocco finale i pastori.....sicuramente non erano belli e perfetti come quelli di plastica ma avevano anche loro.... un vissuto.
Le mie statuine erano di terracotta, alcune scolorite, altre con il braccio rotto, il naso smussato, spesso non stavano in piedi a lungo, a causa del deterioramento naturale del materiale ma per me, per noi bambini, erano bellissime perché intrise di storia. Alcune erano appartenute ai miei nonni che me ne avevano fatto dono. Ricordo che avevo sei Re Magi, mi ostinavo a metterli tutti perché ero convinta che tutti dovevano far parte del mio presepe, nessuno escluso. Come potevo mettere da parte una statuina rispetto ad un'altra se  dovevano partecipare alla nascita di Gesù!
Ricordo che il Bambinello con le sue braccine rivolte al cielo, veniva posto nella paglia solo la notte di Natale. Lo toglievo dal cassetto del mio comodino, lo mettevo nella tasca del mio cappottino, avvolto in una pezzuola, avevo sempre paura che sentisse freddo, coperto com'era solo da una camiciola smanicata, lo portavo con me alla messa di mezzanotte. Quando tornavo a casa , dopo averlo religiosamente baciato, lo ponevo tra la Madonnina e San Giuseppe. Ogni volta mi commuovevo e dicevo al volto un po' invecchiato dal tempo della Mamma Celeste “Ti ho portato il Bambinello, è nato. E' tuo!”
Il giorno di Natale era la..... Festa!
A tavola tutta la famiglia era riunita: nonni, zii, cugini e anche i vicini se erano soli! A casa mia c'era posto per tutti! Non era un problema stringerci di più per fare spazio ad un ospite improvviso!
Si mangiava in allegria, ogni famiglia portava qualcosa e la tavola era ricca di ogni ben di Dio.
Non si andava nei ristoranti a festeggiare, era la festa della famiglia e cosa importante gli anziani non erano relegati in un angolo come uno scomodo mobile, oh no! Erano il fulcro intorno a cui ruotavano tutti perché detentori di saggezza, storia, affetto e rispetto.
Alla fine del pranzo, in fretta si sparecchiava, il cibo rimasto veniva diviso tra le famiglie, i piatti lavati in fretta e poi iniziava la “Tombolata”.
Partecipavano tutti, spesso le cartelline non bastavano, eravamo proprio tanti, alcune le avevamo in comune. Papà, il capofamiglia, anche in questo caso aveva lo “scettro del potere” rappresentato dal cartellone. Si dividevano le lenticchie, se ne facevano mucchietti, servivano per segnare i numeri estratti, ricordo i premi: 10 lire l'ambo, 20 lire il terno e così via fino alle 500 lire per il tombolone!
Somma agognata da tutti noi bambini!
I numeri estratti venivano spesso ripetuti a voce alta perché regolamene c'era il più piccolo della compagnia che muovendosi aveva spostato tutte le lenticchie dalle cartellette.....
Se mi concentro risento le risate, i rimbrotti, i canti e... rivedo i volti di chi non c'è più!
Mi manca il mio Natale, mi manca l'affetto dispensato e ricevuto, la tradizione e la spiritualità, la condivisione reale.
Mi manca l'amore che aleggiava.... nel mio NATALE!

venerdì 4 novembre 2011

GIULIA


 
“Giulia alzati è ora di andare a scuola!” siamo alle solite, la mattina non c’è verso di svegliare la mia bambina di sette anni.
Mi affaccio sulla porta della sua camera e la osservo con il cuore intenerito: si gira e si rigira nel letto, tenta affannosamente di aprire gli occhi ma, le palpebre sembrano incollate, si stiracchia nel letto e come un gatto  inarca il corpo. Sembra non volersi allontanare dal suo incantato mondo fatto di sogni, dove la realtà è lasciata sulla soglia ad aspettare il risveglio. I capelli sono sparsi sul cuscino e le fanno da aureola bruna. Nella stanza aleggia il suo profumo di bimba che sa di borotalco e calore.
“Mamy, non ce la faccio!” mugugna
Mi avvicino al suo letto e inizio a farle il solletico poi, la faccio rotolare sulle coperte, con un gioco che sempre ripeteva mia madre, al mattino:  “Crisci pasta, crisci pastuni comu facia lo nostru Signuri ‘nto pasciuni!” e, come per incanto, il tempo si annulla e mi rivedo piccina.
E’ vero tutto scorre, passa, si alternano le stagioni, lo spazio si allunga e diviene orizzonte ma, i ricordi, avvicinano le età andate come uno yo-yo che si fa srotolare e arrotolare per gioco.
“Dai Giulia, amore, non è giusto arrivare in ritardo a scuola, dai ho preparato la colazione!!!”
La piccina, che è anche golosa, si mette a sedere sul letto ed improvvisamente  ritrova le forze, e in un batter d’occhio, sbriga tutte le incombenze che la riguardano.
La guardo con malcelato orgoglio materno e con gli occhi del cuore me la immagino signorinella alle prese con le prime cotte e delusioni. Chissà se si confiderà ancora, così come fa oggi. Non mi nasconde nulla, i voti, i rimproveri, i bisticci con i compagni, il suo cuore è un libro aperto in cui posso leggere le pagine della sua breve vita
E’ vero, breve vita, ma così intensa che è come se avesse cento anni, invece di sette, per esperienza, dolori ed affanni, che una bimba non
 dovrebbe assolutamente conoscere.
Se torno indietro con la memoria e le emozioni, tutto mi scorre dinanzi agli occhi, come un film da vedere e rivedere per poter assaporare il presente……
…“Tesoro sono incinta!” A queste parole mio marito Flavio rispose prima con sorpresa e poi con uno sguardo innamorato dove si leggeva l’orgoglio dell’avvenuta fecondazione, credo che si sentisse, in quel momento, un supereroe  perché poteva generare la vita.
Al ricordo ancora mi commuovo, sembravamo camminare sulla classica nuvoletta rosa, laddove non puoi inciampare perché non vi sono ostacoli, ma tutto scorre serenamente.
Ricordo ancora che comprammo una buona bottiglia di vino e festeggiammo felici la nostra famiglia in crescita.
Mai come allora ebbi accanto un marito affettuoso, attento ai desideri, credo che se avessi chiesto la luna avrebbe fatto di tutto per accontentarmi.
Felici giorni fatti di passione contenuta, per non danneggiare il nostro bimbo! Giorni pieni di amore palpabile ed evidente. Mi bastava guardare Flavio per scorgere un sentimento profondo, grato, intenso. Ecco  le emozioni non sono in bianco e nero, quando portano gioia, ma sono colorate.
Non vedi la bruttura che ti può  stare accanto, scorgi solo il bello e il bene, tutto ti arride perché ti senti in pace con te stessa e gli altri.
Purtroppo la dura realtà ben presto ci svegliò.
Alla seconda ecografia la sentenza: il feto presentava una grave
malformazione cardiaca, non sarebbe sopravvissuto,  a lungo, dopo la nascita.
Era consigliabile abortire!
A me spettava la decisione.
Ma come potevo decidere della vita del mio bambino! La disperazione ti coglie all’improvviso, “Che diritto ho di stabilire cosa ne sarà di questo figlio” mi chiedevo ossessivamente. Uscimmo dallo studio medico inebetiti, un dolore opprimente non ci permetteva di parlare, ci tenevamo per mano come una sorta di ancora di salvezza a cui aggrapparci, la mia forza era la forza di Flavio e viceversa.
Sembravamo ubriachi senza meta ma, soprattutto, la disperazione non ti permetteva di connettere.
La mente annebbiata, gli occhi che non  riuscivano a mettere a fuoco ciò che visualizzavano a causa delle lacrime, tutto era avvolto da  un intenso fumo che non ti  permetteva di razionalizzare gli eventi.
…E poi il cuore, ecco il cuore ti faceva  male. Non  un semplice dolore fisico, no di più,  profondo, intenso, non si allontanava con niente era sempre lì presente e ti suggeriva   continuamente il perché di tale sfacelo, ti sussurrava  cosa c’ era  che non andava, non ti permetteva  di allontanarti da quel chiodo fisso che come  meridiana segnava  il susseguirsi delle ore ma restava sempre ben piantato in profondità.
Quella ferita non stillava sangue ma solo urla il dolore.
Ricordo che tornammo a casa, non so come, Flavio mi diceva: ”Vedrai che tutto si risolverà nel migliore dei modi. Io sono dalla tua parte, qualsiasi decisione prenderai.”
Parole crudeli! La decisione spettava a me: vivere o morire!
Nell’ecografia successiva  scoprimmo che era una bimba ed era affetta 
dalla Sindrome di Jacobsen.
 Purtroppo non era consigliabile neppure l’intervento chirurgico nel periodo neonatale, perché la situazione era grave.
Passavano i giorni in modo angosciante, Flavio consultava  medici ed internet, mentre io restavo aggrappata alla speranza che fosse tutto un errore.
Le notti erano insonni, il  nervosismo a  fior di pelle e inoltre si avvicinava sempre più il giorno in cui la decisione doveva essere presa.
Non dimenticherò mai il momento in cui fui sicura di quello che volevo.
Ero seduta sul divano, come ormai facevo da tempo, avevo tra le mani il fotogramma dell’ultima ecografia. Si distingueva la testolina, due braccine esili e le gambette. Una manina era vicino al viso come se la bimba stesse dormendo e si riparasse gli occhi. Ecco in quel momento decisi, sarebbe nata, avremmo affrontato insieme ciò che sarebbe stato. Chiamai Flavio e gli comunicai la mia decisione, lui mi abbracciò e disse” Non sarà facile, ma con l’aiuto di Dio e dei medici forse ce la faremo.”
Trascorrevo la gravidanza apparentemente serena, per non turbare ulteriormente Flavio, in realtà eravamo disperati, le visite, le analisi, l’amniocentesi, le ecografie  non ci davano speranza, la bimba era gravemente cardiopatica. Il ginecologo decise di intervenire all’inizio dell’ottavo mese di gravidanza.
Ricordo ancora quel giorno, ci preparammo e di mattina andammo in
ospedale per il cesareo.
Giulia nacque piccolissima, appena  in kilo e trecento grammi, venne intubata e posta in incubatrice.
Non fu un periodo facile, la bimba sembrava vitale, era come se fosse aggrappata alla vita, tenacemente. Il nostro stato d’animo oscillava tra
la disperazione e la speranza.
Dopo appena un mese venne sottoposta da un primo intervento cardiaco, in modo da permetterle di raggiungere un peso  ottimale per un eventuale trapianto cardiaco.
Passarono circa sei mesi quando finalmente ce la portammo a casa.
Ricordo ancora quel giorno, la gioia di poterla finalmente avere accanto ma anche la paura che le potesse accadere qualcosa di grave.
Giulia cresceva lentamente,  bisognava evitare di farla piangere, inoltre anche il più piccolo raffreddore poteva essere mortale.  Non fu facile, quelli furono giorni in bianco e nero, dalla speranza alla paura, una altalena di emozioni che minavano sempre più la nostra fiducia nel futuro.
Giulia aveva  dodici mesi, era gracile, il volto pallido, inoltre le mancavano le forze per giocare, gattonare. camminare, a volte anche piangere o ridere.
Poi finalmente la telefonata, un cuore era  a disposizione ed era  compatibile con la nostra bimba.
Che momenti, che paura, che dolore per la mamma che aveva perso, per un rigurgito, il proprio bimbo di appena sedici mesi, e che, pure nella disperazione, ci aveva teso la mano.
Mi immagino sempre  questo  gesto di passaggio dal bimbo morto alla mia Giulia, era come se quest’ultimo avesse dato il testimone a mia figlia, la cui  vita si stava spegnendo ed era stata riaccesa da questo inatteso regalo.
Non smetterò mai di ringraziare quella madre che mi ha ridato la gioia, la vita, mai come in quei momenti angoscianti, in cui il cuore di mia figlia veniva sostituito, ho smesso di pensare alla generosità di quella donna che nel suo immenso dolore  ha saputo donare.
Non so,  al suo posto, cosa avrei fatto!
L’operazione andò bene e dopo un lungo periodo di convalescenza Giulia iniziò a “vivere”veramente e pienamente.
Nulla la  stancava era come se solo ora avesse  finalmente aperto gli
occhi alla vita. Curiosa, insaziabile di vedere e conoscere, di correre, di muoversi, di ridere o piangere, di arrabbiarsi o essere felice.
 Tutto quello che per i bambini era normale, per Giulia era un’ assoluta novità.
Sono ormai trascorsi sei anni da quel giorno, di quella meravigliosa e altruista madre non ho saputo più nulla, spero solo che la sua culla abbia avuto altri bimbi, che le sue braccia non siano rimaste vuote, che altri baci e carezze l’abbiano rasserenata, che un’altra bocca abbia pronunciato quei meravigliosi  balbettii “ma….mma”.
Io, per merito suo, ho avuto tutto questo.
Spesso, appoggio la mia mano sul  cuoricino,  che Giulia custodisce nel suo petto…. sussurro piano piano. "Grazie!”





IL MIO SENTIMENTO IN VIAGGIO

                                        

Ti guardo, ti osservo, ti amo. Non chiedermi perché, non domandarmi come, non so, i sentimenti sono ali di farfalla, sono carezze di bimbo che lasciano, una volta provati, l'afflato d'amore.
Sono una donna in viaggio con il sentimento.
Lo sai perché? Perché il mio amore è in evoluzione, è come su un treno che si ferma alle stazioni, magari è in ritardo, riparte, riprende, rimane in pausa, sciopera ma poi, sul predellino, pronto alla partenza, lui c'è. Non è confusione, è sentimento che cambia, con gli anni, con la nostra età, con i figli che crescono.
Sei qui accanto a me, dormi serafico. II tuo sonno è sempre stato tranquillo, quando chiudi gli occhi lasci fuori tutto: affanni, difficoltà, preoccupazioni, forse... la famiglia.
Il tuo volto è disteso, la fronte di solito corrugata, in questo stato di quiete non lo è, le membra rilassate, il respiro regolare. Mi piace guardarti quando dormi, sembri più giovane, anche indifeso, non hai ancora alzato le barriere che ti difendono dagli altri. Siamo insieme da tantissimi anni, trentasei, davanti ai tanti amori naufragati, fra gli amici, il nostro è il più longevo.
Non abbiamo una formula magica, semplicemente… siamo cresciuti insieme.
Lo sai che ancora ricordo quando ti ho incontrato per la prima volta? Anzi, quando mi hai fermata per la strada...
Avevi i capelli lunghi e nerissimi, gli occhiali simili a quelli di Al Bano, il volto affilato e il corpo agile e scattante.
“Scusa, mi hai detto, possiamo frequentarci? Mi chiamo Luca!” Così dicendo mi porgesti la mano.
Il mio cuore batteva a mille, ti avevo adocchiato da un pezzo e sapevo che eri un gran “sciupa femmine”. Ma, Dio mio, quanto mi piacevi!
In quell'occasione feci la preziosa e con indifferenza ti dissi “Non credo sia possibile.”







Da quel giorno mi tallonasti regolarmente, eri all'uscita dalla scuola, ti ritrovavo quando ero con le amiche, quando pedalavo in bicicletta, t’incontravo con la macchina nei pressi di casa mia... insomma, ti eri innamorato perdutamente ed... anch’io.
Penso con nostalgia a quel sentimento nascente: ci guardavamo da lontano, tu passavi e ripassavi davanti alla mia casa e quando sentivo il clacson della tua macchina, mi affacciavo alla finestra ... ed ero felice. Bastava il tuo sguardo, il tuo sorriso, il tuo esserci.
In quel periodo eravamo sempre più magri, l'amore ci consumava, letteralmente.
Al primo nostro bacio, feci l'esperta ma, in realtà, il mio primo vero bacio lo diedi a te.
Se chiudo gli occhi, a distanza di tanti anni, riassaporo la tempesta di sensi che mi provocasti. Fu come entrare in un vortice in cui io, non esistevo, c'eravamo noi, solo noi, le nostre bocche unite in un’esplorazione così sensuale e profonda da superare qualsiasi attesa.
Ed io m’innamoravo sempre più.
Ho conservato il tuo primo regalo. Il quarantacinque giri in vinile di Mal, “Pensiero d'amore”. Lo ascoltavo e riascoltavo continuamente, chiudevo gli occhi e sentivo il tuo respiro sul mio, il tuo cuore che palpitava solo per me.  Erano gli anni '70, per noi donne non era facile abbandonarci, accantonare divieti e paure. Per noi i sentimenti potevano reggere anche su una passione soffocata, nei limiti della rispettabilità. Quanta differenza con gli amori vissuti dai giovani di oggi, spesso c'è prima il sesso poi, forse, l'amore.
Non sono puritana, credo che oggi manchi l'attesa.
La voglia di scoprirsi poco alla volta, il desiderio di immaginare prima ancora di vivere.
Non voglio giudicare ma, i ragazzi, non sembrano più felici di come lo eravamo noi, quando desideravamo e non potevamo, quando sognavamo e aspettavamo tra, baci rubati e carezze proibite e genitori all'erta come cani segugi, pronti a difendere la verginità filiale...
In quel periodo il sentimento che ci univa era fatto di desiderio, mai completamente appagato, reale voglia di condividere la scoperta dei propri corpi. Lo sai che spesso t’immaginavo nudo? Io non conoscevo il corpo maschile, il sesso non faceva parte dell'educazione familiare. Tu sei stato il mio mentore, il mio pigmalione. Mi hai fatto scoprire cosa significa essere donna, che ama e sa donarsi, che non prova vergogna, perché donarsi nell'amore e per amore, non comprende tali stati emotivi.




Penso sempre che i sentimenti  d'amore vivano degli stadi ben precisi: l'attesa, la scoperta, l'amore condiviso, l'amore vissuto e, ultima tappa del viaggio, l'amore perduto.
Tutte queste fasi sono importanti e, l'ultima, quella più sofferta.
Se la vita è un viaggio, l'amore lo è ancora di più. Non è semplicemente intraprendere una strada da condividere, non è solo il percorso effettuato a fianco a fianco, è proprio come si vive e si percorre tale cammino.
Noi, una volta, ci siamo persi.
Avrei voluto, in quel periodo, aver seminato le pietruzze bianche di Pollicino, perché tu potessi ritrovare subito, la via che ti riportava a me.
Quello fu il periodo dell'amore calpestato, sofferto, sporcato. Ad un bivio ti eri perso, avevi scelto  un vicolo senza apparente uscita. Sordo ai richiami, alla mia voce accorata, al buonsenso, indifferente a tutto, preso da un sentimento che ti ottenebrava i sensi e la memoria.
Poi tornasti, il capo coperto di cenere e le mie braccia tormentate pronte a consolarti.
Non fu una vittoria per me, neppure una sconfitta, era solo amore.
Ti curai le inevitabili ferite e insieme riprendemmo il nostro viaggio. Non fu facile, né per te né per me, spesso il tuo sguardo era perso nel vuoto, ancora oggi non so quali rimpianti avessi nell'animo. Mi sentii una crocerossina pronta a battersi per sconfiggere il male che ci aveva intaccato.
Il male è dietro l'angolo, pronto a colpirti a tradimento, veloce nel distruggere quello che hai costruito, con la forza dei sentimenti. Nessuno  ne è immune.
L'ho imparato a mie spese.
L'amore è fragile, è come fiammella che si può spegnere al primo alito di vento, sta a te essere pronto a riaccendere lo stoppino, proteggendolo con le unghie e i denti, se ci credi. Io... io ci credevo.
Il male è l'amica che ti sta accanto con falso affetto, è la giovane donna che vede nell'uomo affermato….la potenziale preda, alcune volte vuol solo mettersi alla prova, ma, da quell'atto predatorio, quante sofferenze!
Ho pianto per le bugie neppure mascherate, ho gridato di dolore per le assenze, mi sono graffiata l'anima per fingere normalità dinanzi ai figli, ho urlato in silenzio dinanzi all'abbandono, ho imitato serenità e sicurezza alla presenza degli altri, ho dissimulato forza al tuo ritorno.




E… abbiamo ricominciato il nostro viaggio d'amore.
Lo abbiamo ricostruito, abbiamo ripreso i mattoni della nostra vita e abbiamo eretto una diga contro il male. Ci siamo ritrovati più maturi, sofferti, inevitabilmente cambiati.
Non è stato facile per te ma, ti assicuro, neanche per me. Ora ti guardo dormire, accanto a me, nel nostro letto, che ci ha visto non solo giovani amanti nella scoperta reciproca ma anche, impacciati coniugi che riprendevano ad amarsi.
Lo sai, in quel periodo avevo paura dei confronti?  Non credo che tu lo abbia completamente capito.
Spesso gli uomini sono superficiali.
Io mi commisuravo idealmente con l'altra. Chissà come ti amava, cosa ti faceva provare, sarei stata capace di riconquistarti?
Ricordi che non volevo la luce accesa quando facevamo l'amore?
L'età porta segni indelebili sul corpo, le sofferenze dell'anima ti segnano ancor più profondamente, non ero più sicura di poterti ancora allettare con le mie profferte d’amore.
 Col tempo ho capito.
Mi amavi di nuovo, nel tuo viaggio di ritorno, mi avevi ritrovato, mi vedevi con gli occhi del sentimento che ci univa, non avevo più paura.
Riprendemmo il cammino, apparentemente sereni.
Sai perché dico apparentemente? I ricordi restano, le cicatrici non vanno mai via, nulla le fa scomparire, restano sempre in un angolino dell'anima, è come un retrogusto amaro in bocca, puoi cercare di mandarlo via con una caramella, un cioccolatino poi, inevitabilmente, ritorna con il suo sapore amaro. In fondo però, è anche utile, ti  rende attenta alle sfumature, sei sempre all'erta, perché l'amore ha bisogno di concime, di cure, giorno dopo giorno.
Ti muovi nel sonno, mormori qualcosa, apri gli occhi, mi vedi, mi sorridi.
Allunghi una mano e mi fai una carezza poi, mi avvicini al tuo cuore.
Per un attimo ho rivisto il giovane di tanti anni fa che mi ha stregato col suo fascino, che mi ha fatto scoprire donna appassionata e passionale.





Il nostro viaggio continua, il viaggio della vita accomunato dall'amore.
Un amore più maturo, fatto di quei piccoli gesti, così cari, così nostri. Fatto di amore carnale che, nella passione, contiene sempre il ricordo degli avvenimenti che ci hanno coinvolti.
Ma è pur sempre amore, scandito dal passare degli anni, dal rispetto reciproco, dalle abitudini, dagli sguardi di complicità che non hanno bisogno di parole per capirsi.
Non so cosa ci riserverà il futuro, intanto, il nostro viaggio… col sentimento prosegue! 

                                                                                                               Dedicato a te, Luca.

IL CENTRO SACRO

                                                                  IL CENTRO SACRO



“Padre, mi sono innamorata di lei!
Mi aiuti!”.
“Chi sei? Stai scherzando, vero? Ripensa a quello che mi hai appena detto. E’solo infatuazione, abbaglio, l’amore non è peccato, lo è rivolgerlo a un prete, figlia mia: “.
“Ho detto che ti amo. Mi ammazzo, se non mi credi!”
Così dicendo, Pietro avvertì distintamente la donna che si rialzava e si allontanava a precipizio.
Si alzò anche lui, uscì dal confessionale facendo in tempo a vederla correre, lungo la navata centrale.
“Padre non confessa più?” Gli chiese Luisa, sua parrocchiana.
“Sì. Venga pure”.
Non riusciva togliersi dalla mente le parole di quella donna: chi era? Da dove veniva? Non la conosceva o almeno non aveva riconosciuto la sua voce. Certo lo aveva turbato. Ascoltò poco della confessione di Luisa, ripensava e rimurginava su quanto era avvenuto.
Si preparò per la messa vespertina. Celebrarla lo avrebbe rasserenato, non voleva farsi coinvolgere. Era così facile essere vittima dei pettegolezzi, specialmente al Sud, dove la figura del prete riveste un significato quasi mistico.
Entrò in sacrestia e Giulio, il sacrestano, lo aiutò a prepararsi.
Era sabato, ci sarebbe stata parecchia gente. La cattedrale di Santa Maria Maggiore era sempre affollata di credenti.
Iniziò… “Nel nome del Padre, del Figlio, …” non riusciva controllarsi, il suo sguardo vagava tra i banchi, cercava un volto, voleva scorgere un segno, un ammiccamento, qualcosa che potesse confermargli: “Sono io…!”
Decise “su due piedi”, nell’omelia avrebbe parlato dei doveri del prete.
“Cari fratelli sono il vostro parroco.
Il vostro pastore e voi il mio gregge. In questa ardua missione dovete aiutarmi.
Il prete è innanzitutto un uomo, con le sue debolezze……”.





I parrocchiani lo seguivano rapiti, mai predica era stata così intima, quasi una confessione.
La voce era accorata, a volte il tono era alto, altre sembrava un sussurro.
Parlava, scrutava i volti, nessuno sembrava turbato, anzi erano tutti coinvolti e partecipativi. Quella donna doveva essere solo una pazza, un episodio sporadico.
La messa giunse al termine. Rientrò in sacrestia, si spogliò dei paramenti sacri e, come sempre, ritornò in chiesa. Amava procedere nella navata centrale della cattedrale, riusciva così a coglierne la magnificenza. Faceva un giro di perlustrazione, spegneva le candele, controllava le uscite, nei mesi precedenti c’era stato un furto in una chiesa di Barletta.
Si aggirava tra le navate, controllava tra i banchi, una volta aveva trovato un gattino. Recuperava qualche oggetto dimenticato, l’indomani sarebbero tornati a riprenderselo, soprattutto parlava con Gesù, lo sentiva vicino, perché si era fatto uomo, certo migliore di lui.
Quella sera però… una busta bianca era ripiegata accuratamente sul banco, nella navata di destra.
Non ricordava quel posto occupato!
Era turbato. “Sei uno sciocco, si disse, magari è una preghiera lasciata da qualche parrocchiana”.
La mano gli tremava, la prese e lentamente, come se si fosse potuto materializzare un demone, la aprì e lesse.
“Ti aspetto alle 22,30 davanti Palazzo Santacroce. Puntuale, se non vuoi uno scandalo!”
“Dio mio, cosa fare?” Disse Pietro, rivolgendosi al quadro di Betlemme.
Era agitato anche se consapevole di non aver fatto nulla di male.
Pregò intensamente, lacrime amare gli scendevano lungo le guance. Era sicuro di non aver mai dato adito ad alcun malinteso. Lui aveva fatto voto di celibato e lo aveva sempre rispettato. E’ vero, vi erano state notti insonni e inquiete ma credeva nella propria vocazione, nulla lo avrebbe fatto peccare e ...ora?
Doveva andare all’appuntamento, chiarire, aiutare quella donna smarrita.
Dopo un ultimo controllo, spense le luci e andò in canonica.
La perpetua gli aveva preparato la cena. Non aveva fame, assaggiò appena il cibo.
Era nervoso, scrutava continuamente l’ora. In fondo temeva l’incontro.
In preda all’ansia uscì.
Il Palazzo Santacroce era proprio difronte alla cattedrale, si accedeva dalla piazzetta. Ci vollero pochissimi minuti per raggiungerlo. Attese l'ora dell'appuntamento, ma non giunse nessuno.




 Nessun biglietto era posato a terra. Aspettò, passeggiò nel centro storico, incontrò qualche conoscente, poi andò via. Per la prima volta, da quando si trovava a Barletta, non si sentiva tranquillo. I suoi passi rimbombavano sulle antiche pietre. Spesso si voltava indietro, scrutava nei vicoli del centro storico. Non era seguito ma, si sentiva osservato e in pericolo. Era una sensazione sgradevole, la sentiva sulla pelle, nel cuore che batteva all'impazzata.
Giunto a casa, si spogliò e dopo aver pregato con intensità, si coricò.
Il sonno tardava a venire, si girava e rigirava nel letto.
L’alba lo trovò inquieto. A tratti, nella notte, si era assopito. Un incubo ricorrente lo aveva tormentato: una donna dal volto demoniaco lo minacciava “Ti rovinerò per sempre! Non avrai scampo!” La mattina si svegliò esausto, quasi incapace di affrontare gli impegni del giorno.
Si alzò e fece una doccia fredda, per ritemprarsi. Si vestì, indossando jeans e camicia azzurra. Si guardò criticamente allo specchio, da quando aveva pronunciato i voti, non aveva più pensato a se stesso come uomo ma sempre come prete. Non poteva farsi irretire da una sconosciuta.
Sarebbe andato nella propria amata cattedrale, lì avrebbe celebrato la messa dell'aurora, ritrovando la sua dimensione religiosa.
Non ci sarebbero stati molti fedeli. Di mattina era difficile aver voglia di alzarsi presto. Ci sarebbe stato qualche anziano, desideroso di essere in pace con Dio, in previsione dell'ultimo viaggio, qualche studentessa che doveva sostenere esami e chiedeva l’intervento divino, per superarli. Spesso aveva ammonito i parrocchiani perché non utilizzassero Dio, come risolutore dei propri problemi. Inutilmente, l’animo umano, dinanzi alle difficoltà, spera sempre nell’intercessione divina.
La cattedrale era immersa nel silenzio, la luce filtrava dalle alte finestre a bifore e illuminavano i capitelli istoriati, magnificandone la maestosità. Le opere in oro e bronzo rilucevano, sembravano dotate di luce propria. Tutto induceva alla riflessione, al rapporto tra l'umano e l'imponderabile. Si inginocchiò dinanzi al Crocefisso, chiese aiuto per essere forte e non fallire nella sua missione, quando…la preghiera gli morì in gola.
Proprio dietro l’altare laterale, a terra, scorse il sacrestano. Che cosa faceva? Si avvicinò, era riverso in un lago di sangue, con accanto un pesante candelabro con evidenti macchie ematiche. Cautamente gli toccò la giugulare, non vi batteva più vita. Prese il cellulare e urlando:
“Pronto carabinieri, sono Don Pietro, venite subito alla cattedrale, Giulio, il sacrestano, è a terra, morto!”
S' inginocchiò e attese la polizia pregando. Era l'unica cosa che sapeva fare bene, in quel momento.
Il suono lancinante delle sirene interruppe la dolcezza dell'alba.
Il capitano De Floris a passi sicuri, entrò nella cattedrale.
Era un uomo aitante, di circa quarant'anni. Una carriera veloce e brillante. Integerrimo sul lavoro, gli piaceva l'indagine di squadra, ascoltava attentamente i  sottoposti, specie i più anziani, consapevole che l’esperienza è un'arma vincente.
Non era un assiduo frequentatore delle funzioni religiose, pur stimando la serietà di don Pietro.
Quella telefonata lo aveva disorientato, Barletta era un centro tranquillo, qualche furto, ragazzate, mai niente di strepitoso.
Gli omicidi lo sconvolgevano nel più profondo, odiava la violenza. Adesso, un atto così efferato in cattedrale! A memoria d'uomo non ricordava  nulla di simile.
Entrò, si tolse il cappello, si genuflesse e si segnò con l'acqua benedetta.
Ogniqualvolta si trovava all'interno della cattedrale si sentiva intimorito, dinanzi a tanta bellezza. La navata centrale sembrava stagliarsi verso l'infinito. Mai come in questi momenti avvertiva la grandezza dell’ inconoscibile. L'incommensurabile si respirava tra quegli antichi reperti, tra quei muri che trasudavano storia ed emozioni, spiritualità contrapposta alla miseria umana. Vicende storiche e antichi riti.
Si recò immediatamente laddove si intravedeva il cadavere. Don Pietro sembrava distrutto, eppure doveva essere abituato alla morte, alla pietas humana. “Buongiorno padre,” disse De Floris
Il parroco rispose con un gesto della mano, non riusciva a capacitarsi che proprio nella sua chiesa, fosse stato perpetrato un omicidio!
“Scusi don Pietro, dovrei farle delle domande. E' necessario”
“Si certo, sono a sua disposizione. Sono sconvolto. Giulio era una persona speciale, buono, servizievole, attento. Lavorava anche alla manutenzione della chiesa, da almeno venti anni. Non era sposato, viveva con il nipote. Ultimamente era però solo, il ragazzo lavora a Milano da almeno un mese.”.
“Bisognerà avvertire il nipote. Maresciallo Clementi, provveda. E' arrivato il medico legale. I carabinieri adesso eseguiranno tutti i rilievi. Solo dopo si potrà spostare il corpo.”
Pietro inebetito osservava in silenzio. Che cosa doveva fare?  La sera prima non aveva visto Giulio,
dopo la messa vespertina, anzi a ben riflettere, non l'aveva visto allontanarsi. Quando aveva chiuso la cattedrale, non aveva notato nulla di strano, a parte la lettera. Avrebbe dovuto farla vedere al
Capitano o le due situazioni non avevano nulla in comune?
Si allontanò dalla scena del delitto, osservando da lontano il lavoro degli esperti. Chissà cosa avrebbero fatto i fedeli. “La chiesa sarà sconsacrata?” Si chiese.
 Il vescovo quale decisione avrebbe preso?
Così pensando si avvicinò alla colonna che recava il graffito del centro sacro, c'era qualcosa di strano, all'interno del quadrato vi era una x rossa, sembrava segnata col sangue. Ieri non c'era, ne era sicuro. Era sua abitudine toccarla ogni giorno, appena entrava in chiesa, era come toccare il passato. Sapeva che tale simbolo era molto antico, legato alla tradizione celtica. Il quadrato rappresentava il mondo, la sua suddivisione era la tovaglia del mondo con le sue peculiarità: celeste, terrestre, divino, corrispondenti alla dimensione umana, carnale, celeste. La triplice cinta il percorso del pellegrino. La x di sangue era sul mondo terrestre. Chiamò subito il capitano De Floris.
“Capitano, venga a vedere!”
Gli mostrò ciò che aveva trovato. Arrivarono gli esperti per  analizzare il ritrovamento.
“Padre lei lo sa che spesso la simbologia è legata al passato, in questo caso ai Templari? Ha notato tra i suoi fedeli atteggiamenti strani?”
“Effettivamente qualcosa di strano è avvenuto. Sinceramente non so se vi siano dei nessi...”
Pietro raccontò ciò che era accaduto proprio il giorno prima.
“Senta, mi dia la lettera, cercheremo le impronte. Lei stia molto attento. Apra gli occhi. Noi le saremo accanto. Per qualsiasi problema mi chiami. Non vogliamo altri morti”.
Pietro era molto preoccupato, sapeva che la triplice cinta presente nel centro sacro, rappresentava il centro di energie fisiche, che possono essere esaltate da persone legate ad alta spiritualità. Il contrassegno rappresentava l'ombelico, in cui si potevano triplicare le energie psichiche. Aveva paura, non era raro che satanisti si impossessassero di tali energie per compiere nefandezze. Era  di moda l'esoterismo. Non poteva credere che la sua cattedrale fosse nei mirini di esaltati.
Erano questi i suoi pensieri, mentre inginocchiato nel ciborio, chiedeva aiuto a Dio.
Per quel giorno la messa non sarebbe stata celebrata. Doveva chiedere consiglio ai propri superiori. Avrebbe telefonato al vescovo.
Sicuramente la donna con quella lettera voleva allontanarlo dalla chiesa e c'era riuscita. Se le
indagini avessero stabilito che Giulio era stato ucciso alle 22,30, tutto era spiegato. Perchè
Giulio? Che cosa aveva visto? Apparteneva a qualche setta? Impossibile!
Era un uomo mite. Il suo comportamento era stato sempre corretto. Mai uno sgarbo o parole fuori luogo. Irreprensibile, non si era mai lamentato del lavoro che svolgeva. Anzi, sembrava un buon cattolico, sempre attento a rispettare i precetti religiosi.
Così rimuginava, quando si accorse che qualcosa si muoveva in alto. Con la coda dell'occhio aveva notato un movimento improvviso, come uno spostamento d'aria. “Forse non è nulla, sono influenzabile in questo momento”. Si disse,
“Padre, noi abbiamo finito, per il momento. Le raccomando stia attento!” Il capitano De Floris  lo raggiunse e lo salutò, prima di allontanarsi. Alla cattedrale erano stati posti i sigilli. Per il momento nessuno vi poteva accedere, se non le autorità competenti. Era quasi notte, don Pietro decise di uscire, doveva necessariamente allontanarsi da quel luogo sconvolto dagli ultimi avvenimenti. Il suo vecchio amico, un parroco molto saggio, poteva consigliarlo adeguatamente. Attraversò la piazza antistante la chiesa. Prima di svoltare a destra, rivolse lo sguardo verso l'imponente facciata della cattedrale e gli parve di  scorgere una figura umana, che si muoveva dietro la finestra, posta sotto il rosone. Anzi, sembrava  la colluttazione tra due uomini. Le ombre si muovevano concitate, quella più alta colpiva l'altra, più volte, con un oggetto, fino a quando cadeva a terra. Poi...più nulla.
Pietro tremante prese il cellulare “ Capitano, venga! Faccia presto! Sono don Pietro, credo che ci sia stato un altro omicidio”.
Le forze dell’ordine non si fecero attendere, il capitano   ordinò di  togliere i sigilli all' attendente. Entrarono nella basilica. A terra, proprio di fronte al portone, c’era il cadavere di un uomo. Anche lui giaceva in una pozza di sangue, il cranio era sfondato e poco più lontano vi era una sbarra di ferro,  forse l’arma del delitto.
Don Pietro indietreggiò pallido, iniziò a pregare. Una litania monocorde usciva ininterrottamente dalle sue labbra.
Fu De Floris  a scuoterlo “Don Pietro riconosce quest’uomo?”,.”
Il parroco si avvicinò, non conosceva quel volto alterato dalla paura, sentì un conato di vomito salirgli alla gola.
Per riprendersi si appoggiò alla colonna e con sgomento si accorse che il centro sacro aveva una
 nuova croce di sangue. Anche il capitano aveva perso il suo sangue freddo: due morti, due croci di
sangue, tutto questo nel giro di ventiquattro ore.
“Padre il portone era chiuso, vi sono altre vie d’entrata alla chiesa?”.
 “I portoni laterali sono sigillati e nessuno, a quanto pare, li ha tolti. Le uniche vie di accesso potrebbero essere quelle sotterranee, non vedo altro modo.
Venga capitano, scendiamo nelle catacombe.”.
Man mano che si addentravano nel corridoio che conduceva alle tombe, scavate nella roccia, si avvertiva un freddo sempre più intenso.  Il silenzio era rotto solo dal loro respiro affannoso. Sembrava che non ci fosse proprio nessuno. A terra non si scorgevano impronte che potessero avvalorare l’ipotesi della presenza di uno o più assassini.
Notoriamente i camminamenti sotterranei di Barletta mettevano in comunicazione diversi siti della città, don Pietro e De Floris non si sentivano sicuri. Fecero una breve perlustrazione e decisero di risalire nella cattedrale, avrebbero aspettato i rinforzi, adesso altri impegni li attendevano. Dovevano procedere al riconoscimento del cadavere…soprattutto  comprendere il mistero delle croci di sangue, nel sacro  centro.
Intanto la popolazione di Barletta aveva saputo del duplice assassinio, perpetrato nella cattedrale. Molta gente si era riunita sul sagrato, chiedeva a viva voce informazioni.
Arrivarono il Prefetto e il Sindaco e, senza tante cerimonie, chiesero spiegazioni al capitano.
“La gente vuol sapere!” Urlava il Sindaco, dimenticando di trovarsi in chiesa.
Rincarava il Prefetto “Capitano De Floris a Barletta non c'è mai stato un duplice omicidio, a così breve distanza di tempo. Esigo e ripeto esigo, delle accurate indagini, per mettere in galera gli assassini. E lo faccia al più presto! Mi tenga aggiornato su tutti i possibili sviluppi!”
“Facile a dirsi, difficile a farsi” Pensò De Floris.
“Capitano sappiamo il nome del morto. E’ Roberto De Francesco, un muratore che ha partecipato ai lavori di ristrutturazione della chiesa. Aveva trentotto anni, era residente a Bisceglie”. Disse l'appuntato.
“Grazie Corradi, avvertite la famiglia. Padre, devo parlarle, andiamo in un posto tranquillo” e così dicendo seguì il sacerdote in canonica.
Appena si richiusero la porta alle spalle disse “ Il cerchio si restringe. Sia il sacrestano sia il povero Roberto sono in relazione con la cattedrale. E' proprio all'interno di questo ambiente che possiamo
trovare il movente. Il centro sacro, rappresenta la soluzione dell'enigma. Dobbiamo risalire al
significato più recondito. Vorrei leggere i libri dell'archivio religioso, conoscere l'elenco degli
 operai che hanno partecipato ai lavori di restauro.” disse De Floris. Don Pietro si mostrò subito disposto a fornirgli quanto richiesto. Ritornò dopo poco con diversi
faldoni. Insieme iniziarono la lettura.
Fu una lunga notte, senza riposo per entrambi. Tutto sembrava regolare, non si ravvisavano scorrettezze.
Il giovane sacerdote era sempre più convinto: il bandolo della matassa poteva essere la donna della lettera.
Non l'aveva più vista da allora, né tantomeno sentita. Doveva ritrovarla e capire.
Espresse la sua opinione a De Floris, anche lui era d'accordo. Prepararono un piano.
Il giorno dopo il capitano, in caserma, indisse una conferenza stampa, aveva invitato i reporter e i giornalisti di diverse testate di quotidiani. Nel frattempo aveva consigliato a don Pietro di non lasciare dichiarazioni, fra un paio di giorni la cattedrale sarebbe stata riaperta ai fedeli.
“Signori buongiorno. Come sapete vi sono state due morti all'interno della cattedrale di Santa Maria Maggiore di Barletta. Abbiamo appurato che la prima vittima è Giulio Sabati, di anni sessanta, sacrestano della chiesa,. Il poveretto è caduto, battendo violentemente il capo contro il gradino di marmo dell'altare, della navata destra del santuario. La seconda vittima è Roberto De Francesco, di anni trentotto, muratore, caduto dal finestrone, posto sotto il rosone della facciata principale della chiesa. Si può considerare una morte bianca. Il suddetto si trovava sul posto per una riparazione. La chiesa da domani sarà riaperta al culto. Buonasera signori.”
De Floris avvertiva che i giornalisti rumoreggiavano, poco convinti. Fece morire sul nascere qualsiasi domanda, adducendo impellenti motivi di lavoro.
Padre Pietro intanto, alquanto nervoso, doveva attenersi al piano di De Floris.
L'indomani avrebbe celebrato messa, durante il pomeriggio ci sarebbero stati i funerali.
Il giorno dopo la chiesa era strapiena, nonostante fosse la messa del primo mattino.
Il sacerdote  si avviò al confessionale, una lunga fila di penitenti lo attendeva.
A capo chino si sedette e iniziò le confessioni. Sentiva il battito cardiaco accelerato, aveva paura ma, nello stesso tempo, avrebbe voluto che l'incontro con quella donna si ripetesse,  per trovare un significato a quelle morti. In realtà non accadde nulla di nuovo.
La messa si svolse regolarmente, si accorse che la gente era inquieta, volgeva sempre lo sguardo
verso i luoghi dei ritrovamenti dei cadaveri.
Nel pomeriggio ebbero luogo i funerali delle due vittime, tanti i parenti e gli amici. La cattedrale era
piena all'inverosimile. Don Pietro preparò un'omelia sulla caducità della vita dell'uomo, sull'importanza della confessione, del perdono. La sua voce tuonava stentorea nell'ambiente, il suo sguardo vagava inquieto tra i volti, in cerca di una risposta.
All'uscita dei feretri, un fragoroso applauso scoppiò improvviso, molti volti si commossero.
Solo una voce, si udì all'improvviso “Vogliamo la verità!”
Inutilmente cercò la persona che aveva proferito quel grido, non riuscì a individuarlo.
Così come avevano stabilito i carabinieri, don Pietro riprese le sue abituali attività: confessioni, messe, funzioni religiose, programmi di sostegno alla comunità ma, erano appena trascorsi quattro giorni dai funerali quando…
Una mattina entrando come al solito in chiesa, trovò una terza croce, segnata sul centro sacro. L'ultimo spazio era stato occupato da una croce scarlatta. C'era stata un'altra morte o il colore avvertiva di un imminente pericolo? Non avvertì il capitano, lo avrebbe fatto dopo, pensò.
Con apparente indifferenza, si sentiva sempre sotto controllo, celebrò la messa dell'aurora. Non vi erano molti fedeli e della donna neppure l'ombra.
Fu inconsapevolmente frettoloso nella funzione, nell'omelia accennò al peccato e alla necessità di una vita integerrima per accedere al cielo.
Terminata la messa, usciti i fedeli, fece un giro di perlustrazione tra le navate. Sapeva che i carabinieri avevano nascosto delle telecamere, tra i capitelli delle colonne, sentiva che quel sacro luogo era stato contaminato, ma era necessario.
Stava sistemando dei fiori sull'altare laterale di sinistra, i petali di una rosa erano caduti sporcando la candida tovaglia, quando trovò un biglietto. Ebbe paura, forse avrebbe dovuto chiamare i carabinieri, non resistette e lesse: “Adesso tocca a te, Padre!”
Queste le parole vergate con un inchiostro viola.
Era dunque giunta la sua ora? Pietro si guardò attorno, improvvisamente impaurito. Alzò gli occhi agli affreschi che istoriavano il soffitto. Come poteva tanta magnificenza essere spettatrice di un
simile orrore, senza intervenire? Telefonò
 “Capitano venga, è giunto un altro messaggio. Il centro sacro ha un’altra x!”
Di lì a poco si ritrovarono nella canonica. Il testo scritto a stampatello era chiaro, la prossima
vittima designata era proprio Pietro.
Insieme guardarono i filmati delle telecamere, nulla sembrava sospetto. Nessuno si era avvicinato all’altare o alla colonna.
“Padre lei è minacciato di morte!. Se la sente di continuare nel nostro progetto. E' pericoloso, lo sa!”
“Dobbiamo andare avanti, non possiamo lasciare senza colpevoli le due morti. Il Signore mi aiuterà!”
“Mi tenga sempre aggiornato sui suoi spostamenti, non metta in pericolo la propria vita, padre”.
Così dicendo il capitano  De Floris uscì dalla cattedrale, lasciando Pietro nel dubbio e nella paura.
“Ti devi fare forza, si disse, non puoi mollare proprio adesso”.
Aveva bisogno di pregare, rientrò in cattedrale, con occhi incantati guardava, come se fosse sempre la prima volta, le opere d’arte che conteneva.
Ammirava il ciborio, non riusciva a capacitarsi di come in quel luogo potessero convivere la bellezza e la violenza, l'arte e la miseria dell'animo. Perso nelle  meditazioni, non si accorse di quanto stava accadendo alle sue spalle... un forte colpo al capo, la perdita dei sensi, il buio...
Non avvertì più nulla, né l’essere trasportato a braccia, né il cappuccio che gli era stato posto sul capo...
Si risvegliò dopo alcune ore, tale gli sembrava il periodo trascorso tra l'aggressione e il risveglio.
Dove si trovava?
Aveva le braccia legate sul petto, un cappuccio in testa, avvertiva un forte dolore al capo e sentiva che del liquido si era coagulato sul volto. Non riusciva a muoversi, il luogo era stretto, non si udiva alcun rumore. Non poteva urlare perché un bavaglio era strettamente legato sulla bocca. A testoni, con le mani, toccò una superficie ruvida, sembrava roccia, capì! Dio mio era stato posto in un catafalco di pietra, quindi si trovava nelle catacombe. Lo avevano seppellito vivo!
Non sarebbe mai stato ritrovato, sarebbe morto fra atroci dolori. Non trovandolo avrebbero pensato a una sua fuga, magari ritenuto colpevole delle morti della cattedrale. Per lui ormai, era finita.
 “Dio, aiutami ad affrontare questa prova. Fammi essere forte, non farmi patire, portami subito da
te.”. Si trovò a pregare fra le lacrime e la disperazione.
Alternava periodi di veglia ad altri di abulia e sonno. Ormai aveva perso le speranze, le forze, a poco a poco, lo abbandonavano . Si era anche bagnato, non era riuscito a trattenere l'urina.
“Che morte poco decorosa per un prete!” Si ripeteva, quando era presente a se stesso.
A un certo punto, gli parve di udire dei passi, forse era un sogno... ma  sentì una voce “Pietro, don Pietro, sono il capitano, mi risponda, la prego!”
Il prete iniziò a mugolare, a battere le mani legate, contro la nuda pietra. Era inutile, nessun  rumore
 raggiungeva l'esterno.
“Capitano guardi, vi sono delle impronte sulla lastra di pietra ed anche delle macchie di sangue!”
“Ha ragione appuntato, spostiamo la lastra. Insieme al mio tre!
Così padre Pietro rivide la luce fioca delle catacombe.
Si mise a piangere, quando gli tolsero il cappuccio.
Tornava a vivere!
“Che cosa è successo?” chiese al capitano, anche lui visibilmente scosso.
“Dopo Pietro, dopo, gli disse con voce affettuosa.” Era la prima volta che lo chiamava così, solo per nome.
“Adesso ti portiamo in ospedale e dopo aver verificato le tue condizioni, ti racconterò tutto. Ora stai tranquillo, è tutto risolto”
Lo fecero adagiare sulla barella, lo portarono all’ambulanza,  poi di corsa all’ospedale.
Solo alcuni giorni, il capitano gli raccontò cosa era avvenuto.
Don Pietro era salvo grazie ad una donna, anzi la donna, che si era innamorata di lui.
Si chiamava Lucia, era una brava ragazza. Lei lo seguiva sempre, lo osservava da lontano. Aveva assistito, inosservata, all’aggressione  e aveva dato l’allarme.
La sera dell’appuntamento, mentre era appostata, come al solito, nei pressi della chiesa, aveva ancora una volta salvato il prete.  Nel pomeriggio, senza essere vista, aveva sentito due uomini che progettavano, quella stessa notte di ucciderlo. Lei con quel messaggio, era riuscita ad allontanarlo dalla cattedrale. Purtroppo all’interno c’era il sacrestano che, accortosi di quegli uomini e riconosciuto il nipote, prima aveva cercato di convincerli ad andarsene, poi li aveva minacciati di avvertire i carabinieri, così era stato ucciso.
La seconda vittima, il muratore, era uno dei complici. Quella sera si erano nascosti all’interno, proprio sul soppalco che era stato allestito per il restauro del rosone centrale. Roberto aveva avuto
un diverbio col complice. La discussione era degenerata ed era stato ucciso.
L’ideatore di tutto era il nipote del sacrestano che, all’insaputa dello zio, era tornato da Milano. Era un seguace delle cerimonie celtiche. Era convinto di poter trarre beneficio dal luogo segnato
dal centro sacro. Attraverso le morti, sperava che la cattedrale venisse sconsacrata e quindi abbandonata. Lui così avrebbe potuto dedicarsi, indisturbato,  ai suoi riti
usando le  energie spirituali particolarmente potenti nell' antico sito.
Sicuramente era un giovane squilibrato, doveva essere curato.
Dopo un periodo di riposo, don Pietro tornò alla cattedrale.
 Il suo rientro fu salutato dal suono delle campane dell’antico campanile.
Fra i fedeli che lo attendevano, vi era anche il capitano De Floris, anzi Francesco, suo nuovo fidato amico.  Lucia era seduta nel primo banco,
“E’ davvero bella!. Sono impazzito? Che cosa sto pensando?”disse tra sé e sé don Pietro.
“Signore aiutami!” pregò solennemente, congiungendo le mani e rivolgendo gli occhi al cielo.


                                        FINE