domenica 25 settembre 2011

Il cuore sulle labbra


Il cuore sulle labbra


Non ci sei più, il mio cuore è in lacrime.
Sei andata via, un viaggio senza ritorno. La tua partenza ha strappato le mie radici su questa terra, sembra che nulla ormai mi tenga ancorata a questa vita.
Ti cerco nei luoghi comuni, ti cerco in quelli più impensati, ti rivedo ovunque…con gli occhi dell’anima.
Nulla mi può fermare nella spasmodica ricerca di te.
Te ne sei andata senza salutarmi, senza stringerti a me in un ultimo abbraccio, senza un bacio d’addio.
Non è giusto!
Ti cerco per dirti addio!
Non avrò pace, fino a quando non potrò stringerti a me, dirti le mie parole del cuore.
Sono parole dettate dall’anima, non sono banali, racchiudono un mondo di sentimenti.
Ecco, se potessi rivederti, anche per una sola, ultima volta, ti direi…
“Amore mio, vita mia, perdonami per le assenze, per i rimbrotti, per le stupide litigate, per i rimproveri su sciocche occasioni, per i battibecchi… Perdonami per i baci negati, per gli abbracci morti sul nascere, per le carezze appena accennate, per le parole d’amore non dette.
Assolvimi per le vacanze negate, per gli amici non condivisi, per non aver gioito del tuo giovane amore.
Scusami per non averti capita, per non aver compreso il bisogno di essere tenera donna, con il diritto di vivere la tua età e anche di sbagliare, per crescere.
Potrai mai accettare le mie tardive scuse?
Dovrebbe esserci sempre una seconda occasione, sarebbe l’unico modo per ottenere il riscatto sugli errori.
Tu lo sai vita mia, se ho errato, è stato solo per amore.
Un amore totale, pieno, saturo di te.
Ti ho amata dal tuo primo vagito su questa terra. Avevi gli occhi chiusi, i pugnetti serrati, il volto paonazzo, era stato difficile venire al mondo.
Ti era costata molta fatica ma, ti assicuro, anch’io soffrii molto. Davanti a te svanirono ogni dolore, ogni sussulto. Solo tenerezze per te, attenzioni, paura di non saperti crescere, di non essere all’altezza dei tuoi bisogni.
Mi sentivo un’eroina per averti messa al mondo, ora, sono una sconfitta dalla vita.
Anima mia dove sei? Chi ti fa compagnia?
Se hai bisogno di qualcosa, chi ti aiuta?
Hai ancora paura degli sconosciuti? Nella tua nuova dimensione, hai tuttora bisogno della tua mamma? Ma, soprattutto, ti ricordi di me?
Cuore mio, in un angolino della tua giovane anima, c’è un posticino per me?
Hai rimembranze dei miei baci?
Ho davanti agli occhi dell’anima i tuoi primi passettini, quando le tue braccia tese cercavano rifugio nelle mie . Ora sono dolorosamente vuote.
Ti ricordi il primo giorno di scuola? Quanti patemi per me.
Ero piena di paure: ti tratteranno bene? Farai amicizia facilmente? Ti piacerà studiare?
Sarai capace di stare tante ore senza di me?
Ora. Sono due anni senza di te.
Alcune volte non so neppure come faccio a vivere, anzi, a sopravvivere.
E’ solo il tuo ricordo che mi trascina, giorno dopo giorno, lungo la mia vita terrena.
Sai, spesso riguardo le tue foto e…rivivo i momenti magici della tua crescita.
Alcune volte mi sembra di risentire la tua risata fresca, era come sciorinare le biglie di vetro lungo una scala.
In realtà, il silenzio incombe nella nostra casa.
Rimpiango lo sbattere furioso della porta della tua camera quando, non condividevo le tue scelte, i tuoi gusti nel vestire. Addirittura, mi rammarico di non averti fatto indossare quel vestito rosso. A te piaceva tanto, io invece, ti vedevo troppo donna, quando lo mettevi.
Ora capisco, avevo paura che qualcuno ti potesse portar via, da me.
Così è stato ma, non per colpa di uno stupido abito.
Sai cosa mi danno fastidio?
I consigli degli amici: Torna a vivere pienamente, cerca di distrarti, viaggia, fai nuove conoscenze, fai volontariato….
Ma che ne sanno loro del mio dolore? Non ho più nulla senza di te! Il mio vivere è un buco nero, senza luce, senza uscita, una voragine.
In realtà sono cieca, sorda, muta, paralizzata, dinanzi ai colori della vita.
Non avverto più il calore tiepido della primavera, l’afrore dell’estate, il biancore della neve, nulla…
Sai il tuo gattino, cerca spesso le mie carezze ma, io, non riesco a consolarlo. Che cosa posso trasmettergli se non il mio dolore?
In questi lunghi due anni non ti ho mai sognata.
Pensa, i primi tempi, ho cercato di dormire anche di giorno, speravo che saresti venuta a consolarmi, a rendere tranquillo il mio sonno agitato.
Vita mia, sei ancora offesa con me?
E’ per questo che non vieni a trovarmi? Oppure non hai nulla da dirmi?
Non ci credo! L’amore tra madre e figlia è unico, unico, è fatto di piccole e grandi cose, di gesti dati e ricevuti, di sentimenti incalcolabili in termini terreni.
Anche se non ci sei più, sono sempre madre, madre che soffre per il vuoto, per l’assenza, per il diniego della tua vita, per il non esserci, adesso, nelle tua.
Se potessi tornare indietro…quante cose farei!
Vivrei la nostra vita attimo per attimo, assaporandola pienamente, nemmeno un istante andrebbe perduto perché, ciò che passa, non ritorna.
Non avrei lesinato nulla, né baci, né abbracci, mi sarei riempita gli occhi di te, sempre!
Ti avrei amato in modo palese, minuto per minuto, attimo per attimo, per riempirmi il cuore, i sensi, i pensieri di te.
Nulla della nostra vita insieme sarebbe andata perduta, per un futile motivo.
L’esistenza è troppo breve per sprecarla.
Va riempita fino all’orlo, niente deve essere lasciato nell’oblio o cadere nell’indifferenza. Avere rimpianti uccide tutto, anche il solo pensiero di un futuro.
Carne della mia carne, aiutami a vivere senza di te, consigliami un motivo valido per farlo, solo così potrò continuare a esistere in questa realtà priva di te, mio unico bene.







TI CERCO...CI SEI

Ti cerco nella quotidianità,
ti cerco negli anfratti della mia casa,
nelle pagine della mia vita.

Ti cerco nei lineamenti dei miei figli.
Sui loro volti
scorgo tracce di te.

Ti cerco nelle foto,
ti ritrovo
ma
se agogno una tua carezza
posso solo immaginarla.

Ti cerco per la strada,
tra gli sconosciuti,
che incontro,
parvenze di te mi sfiorano.

Ti cerco negli oggetti,
nell'uso che ne facevi,
chiudo gli occhi,
rivivo il tuo agire.

Ci sei
nelle pieghe della memoria,
nel ricordo delle parole ascoltate,
nel vissuto tepore degli abbracci.

Ci sei nel mio cuore,
ogni battito
è un anelito
del tuo affetto.

Ci sei
nella mia vita
sono il tuo risultato d'amore

sabato 24 settembre 2011

SE AMARE E'

Se amare è
desiderare
capire,
comprendere,
attendere,
condividere,
partecipare,
accontentare,
subire,
gridare,
bisticciare,
far pace,
gioire,
godere,
piangere,
ridere...
allora io amo,
con tutta me stessa,
consapevolmente
amo!

Vecchio

Chi è vecchio?
Chi ha vissuto con tutto se stesso,
ha  ricevuto e donato,
ha costruito e ricostruito in termini di affetti ,
ha lasciato la sua impronta nel mondo,
anche un piccolo ristretto mondo fatto di affetti?
Credo,
spero proprio di no!
E' vecchio chi non ha speranza,
attese,
chi non ama,
chi non si stupisce,
chi non prova più curiosità.
Si è vecchi non per età
ma per modalità di vita

venerdì 16 settembre 2011

LA VITA ..UNA TAZZA DI CAFFE'


La  vita....una tazza di caffè




Franca e il caffè

Amava il caffè, non c'era proprio niente da fare. A sessant'anni ne era consapevole. La mattina senza la fantastica bevanda si sentiva svuotata, senza forze, non combinava nulla per tutta la giornata. La cosa assurda era che non amava il caffè espresso, no proprio no, ma la famosa tazzina di caffè con la napoletana. In un certo senso si rendeva conto di essere un po' ridicola, preparare il caffè era come un rito, altro che quello  famoso del tè  giapponese! Era molto di più.
La sera prima preparava con religiosa puntualità la caffettiera, prima la sciacquava sotto il getto corrente del rubinetto, mai con il detersivo, sarebbe stata una bestemmia, poi asciugava ogni singola parte, quindi riempiva di acqua la caldaia, appena sotto lo sfiatatoio, poi nel serbatoio sistemava  il caffè macinato e tostato , avvitava la caffettiera e la poneva sul fornello spento. L'indomani mattina, con gli occhi ancora chiusi e cisposi, accendeva il fornello e attendeva il melodioso suono del caffè che sgorgava  caldo dal bricco e che inondava di fragranza la cucina, un paradiso!
Quel profumo l' avvicinava a Dio, appena sorseggiava la bevanda bollente e rigorosamente amara, il liquido caldo le dava una sferzata in tutto il corpo, le papille gustative gioivano, il caldo liquido sembrava penetrarle nelle vene e il cuore faceva una capriola di adrenalina. Se chiudeva gli occhi si sentiva vicino al momento idilliaco in cui i sensi sono appagati e nulla di male può succederti.
Lo stesso programma si ripeteva dopo il pranzo , ecco che il caffè diventava  digestivo, il cibo assumeva un ruolo secondario era solo l'anticipo alla bramata bevanda.
Ma non solo, se arrivavano le amiche le conversazioni  o se vogliamo i pettegolezzi avevano un altro sapore accanto al caffè, servito nelle tazzine di porcellana.
Il caffè era proprio lo scandire del tempo, l'orologio naturale attorno al quale si snodava la vita di Franca.
Lei, da giovane, era stata una bellissima ragazza. Nata in Sicilia, a Milazzo, nella vita in realtà non aveva mai desiderato nulla. Figlia unica, viziata, coccolata, aveva studiato, si era diplomata e fin da subito aveva insegnato in una piccola scuola di montagna, Santa Lucia. Quella bella mora era stata ben accolta dalla comunità montana, sorrideva spesso mettendo in mostra la dentatura regolare e bianca. Quando la carnosa bocca si apriva al sorriso, due fossette deliziose apparivano sulle guance, donandole un aspetto birichino e fanciullesco. Anche gli occhi scuri partecipavano al sorriso, si socchiudevano e folte ciglia ombreggiavano le guance.
In quel periodo il caffè  suggellava il momento del riposo dopo il lavoro. Una volta usciti gli alunni dalla scuola, al termine delle lezioni, la bidella in un angolino del corridoio, aveva ricavato una
 piccolissima stanzetta trasformandola in una sorta di cucinino dove, su un  fornelletto elettrico, preparava il caffè. Il profumo rimbalzava da un'aula all'altra, richiamando con l'aroma le insegnanti, che uscivano di corsa dalle aule come  farfalle attirate dal nettare. Si avvicinavano alla bidella e tra un sorriso e un pettegolezzo, sorseggiavano la bevanda che le rinfrancava, dopo le ore trascorse tra un compito e una spiegazione.
Ma, a ben pensarci, il caffè era comparso molto tempo prima nella vita di Franca.
Era ancora una bimba quando il papà la portava e passeggio per le vie della cittadina e, soprattutto in primavera, dopo una bella camminata,  si sedevano nel  bar del porto,   ad un tavolino posizionato sul marciapiede che costeggiava il mare. Lui ordinava un bicchierino di anice con la mosca e...la mosca era proprio il chicco di caffè che ,ogni volta, il genitore le dava  come un dono.
Lei lo metteva in bocca e lo teneva fermo nella parte interna della guancia destra, aspettava che  si ammorbidisse per poterlo sciogliere con la saliva, come fosse caramella. Già da allora gustava quel forte sapore che, in quel caso, aveva il retrogusto dell'anice, in cui fino a poco prima galleggiava, come barca alla deriva in attesa di un porto sicuro..
La sua mamma le raccontava che quando era molto piccina, ma proprio piccola, quando la vedeva sorseggiare il caffè con le amiche, allungava le manine paffute verso la bevanda scura e pretendeva di assaggiare il biscottino intinto nell'aromatico liquido.
 Insomma il caffè le scorreva nelle vene da sempre.


                                                 
L'amore e il caffè

Il caffè aveva cadenzato i momenti più importanti della sua vita.
Aveva conosciuto Giuseppe, il suo futuro marito, proprio con il caffè.
Aveva ventidue anni e una vita piena di aspettative....attendeva soprattutto l'amore con la A maiuscola. Tanti ammiratori ma il suo cuore non aveva ancora palpitato per un uomo, non voleva accontentarsi, voleva un amore eterno, sognato fin da piccola, duraturo, completo...
Un giorno, stava passeggiando in Marina Garibaldi, era primavera inoltrata, faceva già caldo e lei, insieme alla sua amica del cuore Rita, chiacchierava e gustava un gelato al caffè.
 Ad un certo punto si era sentita spingere violentemente di lato e il suo gelato era caduto a terra. Sorpresa si era girata di scatto verso chi l'aveva scostata così rudemente, pronta ad un rimprovero brusco ma... le parole le erano morte sulle labbra. Si era trovata dinanzi il più bel ragazzo che avesse mai visto, alto, biondo con due occhi azzurri come il mare siciliano quando è calmo, euna bella bocca atteggiata al sorriso.
“Scusa…scusami… ti prego, stavo cadendo e mi sono appoggiato a te. Per farmi perdonare ti ricompro il gelato.”
“Non ti preoccupare, non mi sono fatta male ma.. il gelato lo accetto!”
Franca non era mai stata sfacciata, ma in quel momento, pensava solo una cosa ”Voglio sapere chi sei”.
Era cominciata così, con un gelato al caffè, a fare da cornice al nascere di questo amore.
“Mamma vado al bar a comprare il gelato al caffè!”
Era la scusa quotidiana, di quel caldo e assolato periodo estivo, per incontrare  Giuseppe.
Tra un dolce e una tazzina di caffè, l'amore era sbocciato e si era consolidato.
“Sposiamoci, non so stare senza te!”
Diceva appassionato Giuseppe alla sua Franca, ed era come se tutte le canzoni d’amore ascoltate fino ad allora,  fossero confluite in quel sentimento così coinvolgente.
Dopo un anno erano giunte le nozze e, fra i regali, il più apprezzato fu una rossa moka da caffè.
La torta delle nozze era, naturalmente, al gusto di caffè. Il povero pasticcere per accontentare i novelli sposi, aveva faticato non poco per ricoprire la crema al caffè con una montagna di panna!
Franca era felice, aveva coronato il suo sogno d'amore.
  Ogni mattina si svegliava presto per godersi l’aromatica tazzina di caffè, si sedeva al tavolo della cucina e assaporando lentamente, ciò che per lei era “nettare degli dei”, ripensava ai baci appassionati, agli amplessi focosi, alle parole sussurrate e urlate, agli abbracci vissuti  con il suo
 Giuseppe. Dopo, preparava la colazione per il suo lui.


La famiglia e il caffè

Presto arrivarono i figli, Franca si appesantiva e Giuseppe perdeva un po’ della sua capigliatura bionda, ma gli occhi erano sempre azzurri e ridenti. Quante tazzine di caffè in quel periodo!
Caffè per stare svegli quando la notte i piccoli non dormivano, caffè per svegliarsi e andare al lavoro al mattino, caffè per i figli che dovevano sostenere esami e dovevano studiare fino a tardi.
Benedetta bevanda! La moka rossa  era stata sostituita da una caffettiera espressa su cui si  poggiavano le tazzine di porcellana e…detto.. fatto il caffè era pronto in men che non si dica.
Anche i figli, Luciana e Fabio amavano il caffè.
Erano cresciuti a baci e abbracci al sapore forte e aromatico di caffè bevuto..
Franca ricordava  quando un giorno aveva scoperto nello zaino di Luciana un sacchettino di stoffa, legato saldamente.
Lo aveva aperto con cautela, temendo di poter rompere qualcosa e sorpresa...conteneva dei profumati chicchi di caffè.
A Franca venne da ridere, come le assomigliava nei gusti la figlia.
“Luciana, scusa, ma cosa te ne fai dei chicchi di caffè?” chiese Franca
“Oh mamma, ma perchè  controlli sempre tutto? Quel sacchettino è il mio portafortuna. Ti giuro che funziona benissimo. Tiene lontani i brutti voti e le sorprese sgradite a scuola!”
Non solo...   Fabio, ad esempio, portava sempre con sé un chicco di caffè nella tasca della giacca, teneva lontano le formiche.
Lo aveva scoperto da piccolino. Era un bimbo golosissimo per cui spesso aveva nelle tasche dei calzoncini o del grembiulino, dei dolcini o caramelle appena succhiate e poi rimesse in tasca. Un giorno, aveva trovato il grembiulino, con in tasca un resto di cioccolattino, invaso dalle formiche. Franca per consolarlo e tranquillizzarlo, gli aveva detto che bastava mettere del caffè macinato per disperderle. Quell'episodio era avvenuto  in un'assolata giornata estiva ma, Fabio, non l'aveva mai dimenticato.
Franca quando vedeva i figli  arrabbiati o dispiaciuti, li consolava con un dolce al caffè.
Preparava una semplice torta  e i ragazzi mangiandola si rasserenavano, aprivano il loro cuore, e  il malcontento era subito allontanato.
“Non c' è niente di meglio della dolcezza per rasserenare” diceva sempre Franca.





Il dolore e il ..caffè

Gli anni passavano serenamente finché un giorno…..
Franca era seduta nel suo studio, stava correggendo i compiti dei propri  alunni quando il silenzio era stato rotto dallo squillo del  telefono.
Un brivido le era corso lungo la schiena, non sapeva perché ma, quel suono così improvviso l’aveva spaventata.
“Pronto Franca, sono Rita, sei sola? Si?.. allora siediti devo dirti una cosa. Giuseppe si è sentito male in ufficio, ora è in ospedale. Preparati, passo a prenderti subito!”
Franca si era sentita morire dentro, ma aveva cercato di reagire. In ospedale le notizie non erano delle migliori: principio d’infarto, Giuseppe si era salvato ma doveva stare molto attento, seguire una dieta, eliminare il caffè, non fumare, fare una vita morigerata.
Come cambiano le malattie!
Giuseppe quando tornò a casa aveva il volto scavato ed invecchiato, i capelli radi ma soprattutto lo sguardo era sconcertante ..era spento.
Franca e i figli gli si strinsero intorno per fargli sentire l’amore, la gioia di averlo ancora accanto, cercarono di infondergli la fiducia in un futuro, in cui Giuseppe non credeva più.
Franca, il caffè, ormai lo beveva di nascosto, al suo Giuseppe era per il momento negato.
Le giornate passavano uguali e sottotono, Giuseppe era triste e stanco finché un giorno di primavera..
“Giuseppe andiamo in Marina Garibaldi per una passeggiata?”Propose Franca
 A malincuore Giuseppe acconsentì, aveva perso qualsiasi entusiasmo per la vita, nonostante  avesse l’opportunità di viverla ..si lasciava vivere.
La giornata invitava davvero ad assaporarla tra la brezza leggera del mare, il profumo della salsedine, lo sciabordio delle onde sugli scogli. Il sole non era aggressivo ma era come una calda carezza sul volto precocemente segnato di Giuseppe.
Si sedettero  su di una panchina, Franca teneva il braccio del suo amato stretto al suo corpo, era come temesse potesse andar via. Giuseppe aveva gli occhi chiusi, sembrava dormisse ma le narici fremevano, era come se cercassero nell’aria un odore conosciuto ed agognato e…l’aroma giunse. Forte come solo lui poteva essere, frizzante tanto da risvegliare i sensi, caro come un compagno di vecchia data...dal bar vicino era giunta una folata di profumo di caffè.
Giuseppe aprì gli occhi e stringendo la mano di Franca disse “Ricordi il nostro primo incontro? Me lo prenderesti un gelato al caffè?”
La donna con gli occhi lucenti di lacrime fece si con la testa e correndo andò a comprarlo. Tornò subito ma ….Giuseppe aveva il capo reclinato sul petto e un sorriso sulle labbra.
Era morto così, avvolto da una brezza marina intrisa di aroma al caffè.
Quando gli disse addio,  gli mise nella tasca della giacca un chicco di caffè, quel caffè che li  aveva accompagnati nel corso della loro vita insieme.




La caffetteria

La vita di Franca era cambiata, senza il suo uomo si sentiva persa e disperata. Nulla aveva senso, si aggirava per le stanze della sua casa e tutto le ricordava l'amore perduto.
Una foto, un odore, un suono, una canzone, rinnovavano  il rimpianto per chi non sarebbe più tornato.
Le care amiche di sempre inutilmente cercavano di coinvolgere Franca in iniziative che potessero distoglierla dal lutto, tutto era un palliativo, quel peso, quel dolore in fondo al cuore, le toglievano la voglia di vivere.
Finché un giorno...la svolta!
Era una mattina come tutte le altre, almeno così sembrava a Franca. Si era alzata con quell'oppressione al cuore che non l'abbandonava mai.Durante la notte si era girata e rigirata in quel letto ormai così dolorosamente vuoto. Era un deserto senza acqua, così come le appariva la sua vita.
Era andata in cucina e si era preparata un buon caffè, anche se ormai non le dava la gioia di un tempo. Improvvisamente le era balenata un'idea, doveva fare qualcosa, doveva cambiare il suo stile di vita, non poteva lasciarsi andare così, Giuseppe si sarebbe rivoltato nella tomba a vederla senza aspettative... .
Andò in bagno e si guardò attentamente allo specchio, sotto la luce impietosa della lampada: i begli occhi erano segnati da rughe profonde di dolore, la bocca non sorrideva più, le labbra avevano assunto una piega amara verso il basso, le guance scavate, i capelli disordinati, arruffati  e con un incipiente bianco alle radici. “Così non va!” Si disse.
Giuseppe non sarebbe più tornato ma lei era ancora viva,  doveva vivere per se stessa e per i figli.
Si fece una doccia calda, si vestì con colori più vivaci, prese appuntamento dalla parrucchiera Lucia e solo, quando ne uscì trasformata, si sentì meglio.
“La vita ti pone davanti sempre dei dolori e degli ostacoli che vanno sempre razionalizzati, compresi, superati. Devi trovare nuovi stimoli per dare un senso alla tua vita, dare uno scopo che ti faccia nuovamente assaporare la gioia di vivere pienamente, per te stessa ma anche per gli altri.” Questo si ripeteva Franca mentre s'incamminava verso casa.
Doveva trovare un input che la facesse uscire dal limbo che era diventata la sua vita.
“Cosa so fare bene?” Si chiedeva  e rimuginava fra sé e sé...ma certo il caffè!
Avrebbe aperto una caffetteria, sarebbe stata elegante e raffinata con l’accostamento del velluto dei divani al legno dei tavolini e del bancone, a terra, la pietra, per creare un’atmosfera  calda ed avvolgente.
Il servizio sarebbe stato veloce  e preciso. Nel suo locale avrebbero potuto
gustare un ottimo caffè espresso, compreso il caffè biologico, ma anche sorseggiare un aperitivo particolare oppure un buon vino doc. Il tutto esclusivamente italiano e della migliore qualità.
Franca si sentiva per la prima volta entusiasta e felice, aveva uno scopo, per vivere.
Sarebbe stato bello ed entusiasmante lavorare con e per  un alimento che lei amava molto, appunto il caffè.
I mesi successivi furono frenetici ed intensi. La ricerca del  locale, le prese molto tempo, ma,  dopo tanto peregrinare, lo trovò nella zona storica di Milazzo, il Borgo. Era piccolo ma sicuramente accattivante, vuoi per la posizione ma anche per quel tocco caldo e confortevole che Franca era riuscita a dare all'ambiente. Il legno e il velluto,  così come era riuscita a concretizzare, ben si accordavano con il controsoffitto dil legno e il soppalco dove si trovavano tre tavolino rotondi.
Il bancone correva lungo la parete più lunga e alle spalle vi erano  degli specchi istoriati che amplificavano l'ambiente. Le luci soffuse rendevano la caffetteria intima ed elegante. Franca si guardava intorno, felice per la prima volta dopo tanto tempo.
Il locale lo aveva chiamato “La caffetteria di Giuseppe”, così le sembrava di averlo sempre accanto. Nella conduzione l'aiutava la sua eterna amica Rita, lei era davvero brava nel preparare squisiti dessert al caffè.
La mattina, Franca si alzava molto presto e subito si recava alla sua caffetteria. I clienti non mancavano mai, anche perchè il suo caffè era davvero diverso dagli altri.
Ne aveva comprato diversi tipi, ma lei amava soprattutto quello arabico, perchè più rinomato e dal profumo aromatico intenso, ma non  disdegnava anche la qualità robusta , più ricca di caffeina.
Una cosa era certa ormai: per bere un ottimo caffè, bisognava andare da Franca, che della sua passione aveva fatto un lavoro.
Gli anni passavano, capelli ingrigivano, le spalle si curvavano ma Franca imperterrita, continuava la sua attività.
L'amica Rita era morta, lasciandole un gran vuoto, che si era accomunato  a quello per Giuseppe. Altri volti si erano avvicendati nel suo lavoro ma, su tutti, vigilavano i principi di Franca: il caffè migliore per i clienti, accompagnato sempre da un sorriso e, nel piattino, un cioccolattino rigorosamente fondente avvolto nella bella carta dorata, come prezioso dono, 
Franca nella sua caffetteria era un'istituzione, era la zia di tutti, ascoltava i clienti, dispensava consigli, consolava...dava speranza, tutto sempre intorno ad un profumato caffè.
Ancora adesso, a distanza di tanti anni, si meravigliava della capacità della sua bevanda preferita, la gente parlava più facilmente, apriva il proprio cuore e poi, da non disdegnare,  una tazzina di caffè era davvero a portata di tutte le tasche, nonostante la crisi economica.
Nella sua passione Franca aveva coinvolto un ragazzo tunisino.
Lo aveva assunto prima come garzone, poi tuttofare fino a diventare banconista.
Era davvero diventato bravo ma, soprattutto , aveva trovato in Franca,  la famiglia lontana.
Rispettava e amorevolmente aiutava  quella signora che gli aveva dato fiducia, lo aveva tolto letteralmente dalla strada, gli aveva dato un futuro.
Ormai era lui che la mattina  conduceva con la macchina la signora al lavoro, l'accompagnava con attenzione quasi filiale, l'accudiva ed era sempre pronto  ad aiutarla e anche coccolarla.
Omar, così si chiamava, da quando sulla sua strada aveva incontrato Franca, non aveva mai più rimpianto la sua patria, in Italia aveva trovato una mamma ed anche l'amore di Laura, cameriera nella stessa caffetteria in cui lui lavorava.
Franca era stata testimone alle loro nozze.
Quella famigliola appena nata aveva sostituito i suoi figli, lontani da Milazzo per lavoro,  che vi tornavano solo durante le feste e le vacanze.
Come è strana la vita, i suoi figli lontani dall'amata Sicilia e un ragazzo tunisino accanto, che davvero viveva per  lei, con discrezione ed attenzione.
Franca, ormai da tempo, aveva preso una decisione: la caffetteria l'avrebbe eredita Omar.
Lo aveva osservato attentamente: quel ragazzo amava il suo lavoro, sentiva per il caffè ciò che lei aveva sempre provato: passione, gusto, coinvolgimento, attenzione, rispetto.
“Perchè il caffè non è solo caffè ma è uno stile di vita, non è solo  un vizio ma è linfa che ti scalda le vene, è sapore duraturo, profumo che ti avvolge, ti inebria e ti mette in pace con il resto del mondo” Affermava con convinzione Franca..
Ne era consapevole, il tempo era trascorso per lei,  lo aveva impiegato  con cura, aveva donato e creato, l'ultimo suo atto d'amore lo avrebbe fatto con la sua morte, quando la caffetteria sarebbe passata  nelle mani di Omar. Lei ne era certa , mani  forti, mature, che avrebbero portato avanti ciò che lei aveva iniziato, nel ricordo di Giuseppe. Forse, alla sua morte, Omar avrebbe aggiunto un altro  nome all'insegna “La caffetteria di Giuseppe e Franca”, la sua vita sarebbe continuata  nel ricordo di chi, come lei, amava il caffè', anzi il buon caffè.



                                                                              FINE


giovedì 8 settembre 2011

TERRA

La calpesti,
la deridi,
la usi,
la sciupi,
la depredi,
la umili,
la schiavizzi,
la rendi invivibile.

E' il tuo pianeta,
l'unico che possiedi,
l'unico su cui vivi.

Non ti soffermi mai
sul tuo operato.

Non ti chiedi mai
le conseguenze del tuo agire?

Verrà il tempo in cui
la tua risposta
non sarà più necessaria!!!

lunedì 5 settembre 2011

Io non sono disponibile

Io non sono disponibile:le donne, il loro corpo,il potere.

Era capitato di nuovo, il corpo le doleva per le botte, la violenza assurda e cieca che ogni volta la lasciava senza energia, priva di qualsiasi forza fisica ed emotiva. Se si chiedeva da cosa era stata scatenata quella crudeltà, non riusciva neanche a trovarla.
Era rannicchiata a terra e non riusciva a muoversi, era al buio, sentiva il sapore del sangue in bocca, si era nuovamente morsa la lingua per non urlare e non farsi sentire dai vicini.
Sentiva un gonfiore doloroso sullo zigomo sinistro, dove era arrivato lo schiaffo, questa volta sarebbe stato difficile coprirlo o almeno attenuarlo col fondotinta, poi aveva un dolore lancinante al basso ventre dove era arrivato il calcio. Doveva comunque farsi forza e alzarsi, lui ormai si era sfogato e se ne era andato via sbattendo la porta. Non fosse più tornato sarebbe stata una liberazione, invece tornava ogni volta, con il capo coperto di cenere, dei fiori in mano ed ogni volta le diceva “ E' colpa tua, lo sai che certe cose non le sopporto, non mi devi rispondere in maniera sgarbata, devi cucinare bene, devi tenere la casa ordinata, devi essere come mia madre, silenziosa ed innamorata ! Sei mia ricordatelo, solo mia!” E lei stupida ogni volta si sentiva inadeguata, incapace di provvedere a se stessa e soprattutto incapace di amare come il suo uomo voleva.
Quando era iniziato tutto? Ancora se lo ricordava. Aveva solo sedici anni e frequentava la quarta liceo scientifico. Amava la scuola, lo studio, i ragazzi non le interessavano molto, aveva amici della sua età e le sembravano solo piccoli ed immaturi. Aveva tanti ammiratori, era davvero carina ma soprattutto aveva delle idee chiare, studiare, diplomarsi e poi frequentare la “Sapienza” a Roma, voleva diventare biologa, amava la natura, il mare, gli animali, il mondo era suo.
Da alcuni giorni si era accorta di un bel giovane che sostava sempre vicino alla scuola, se lo ritrovava al mattino e all'uscita, lì sempre vicino al lampione, la guardava con insistenza, poi andava via. Finchè un giorno la avvicinò “ Ciao sono Giulio posso accompagnarti a casa? Lei si era schermita e aveva fatto un cenno alla sua migliore amica Carla, perchè non la lasciasse da sola con uno sconosciuto. Per fortuna l'avave capita, così si erano avviati tutti e tre alquanto impacciati.
Era cominciata così. Ormai era un'abitudine, lui ad aspettarla tutti i giorni, gentile, discreto, affettuoso, mai volgare, mai insistente e lei, si era innamorata, perdutamente.
Le sembrava di vivere su di una nuvola, lei si meravigliava della sua costanza, era capace di stare anche tutta la mattina appoggiato al muro dinanzi alla scuola inviandole messaggi pieni d'amore che riusciva a leggere soltanto durnte il cambio d'insegnante. Non l'aveva insospettita la sua perseveranza o il fatto che tendeva ad allontanarla dai compagni di scuola, lei praticamente stava sempre e solo con lui.
A casa non sapevano nulla di questo amore, ogni tanto aveva voglia di confidarsi con la madre ma
Giulio l'aveva dissuasa affermando che gli amori clandestini o come lui diceva, rubati, erano il massimo del sentimento..
Avevano deciso che appena avesse compiuto diciotto anni sarebbe andata via con lui.
Questo amore era diventato totalizzante, ora col senno di poi si chiedeva se era amore o solo ossessione.
Le mattinate a scuola si erano trasformate, niente più la interessava, i voti precipitavano e lei viveva per Giulio che era onnipresente nella sua vita. Come aveva fatto a non accorgersi che quel ragazzo era troppo presente, non lavorava, non studiava, era sempre a sua disposizione, come non si era accorta che in realtà controllava tutta la sua giornata con messaggi, telefonate, improvvisate sotto la sua casa?
Erano trascorsi così gli anni con quella illusione di amore e compiuti i diciotto anni, lei era andatta via di casa, lasciando un biglietto alla sua famiglia: Scusatemi, amo Giulio, vado a vivere con lui, niente ha importanza per me se non il suo amore, perdonatemi, se potete, vi amo tanto. La vostra piccola._
E così era iniziata la vita di coppia. Erano andati a vivere a Milano, in un piccolissimo appartamento di periferia a Segrate.
Giulio aveva trovato lavoro come cameriere in un bar di Milano, lavorava tutta la notte. Lei aveva chiesto di poter contribuire alle spese di casa lavorando, ma Giulio con voce suadente aveva ribattuto: “Amore sono io che
devo mantenerti come una regina, tu starai a casa ad aspettarmi e sarà bellissimo, il nostro amore crescerà ancora di più se possibile.”La realtà era diversa, dopo i primi tempi lei non ne poteva più di stare in casa sempre sola o con lui.
Aveva nuovamente azzardato l'ipotesi di un lavoro ma Giulio era stato irremovibile, per la prima volta l'aveva afferrata per il braccio e glielo aveva strattonato violentemente, poi si era come ricomposto e dolcemente l'aveva baciata dicendole”tu sei solo mia, ricordati”
Quella notte quando lui si era allontanato per recarsi al lavoro ,lei aveva pianto e si era chiesta chi era in realtà l'uomo che amava, che aveva deciso di seguire abbandonando gli studi, la sua famiglia, i suoi amici.
I giorni si susseguivano sempre uguali, monotici ma c'era qualcosa che la disturbava, aveva notato che Giulio spesso le prendeva il cellulare e con la scusa di una telefonata controllava i suoi sms.. Quando aveva chiesto delle spiegazioni lui aveva scrollato le spalle e la sua risposta era stat agghiacciante “ Voglio sapere tutto della mia donna, nulla mi può sfuggire”
Da quella volta aveva imparato a cancellare i messaggi che riceveva dai suoi amici, in special modo quelli della sua amica Carla alla quale aveva accennato che non era poi così idilliaca la sua vita di coppia.
Il momento peggiore era stato però quando Giulio, tornando a casa aveva trovato il postino che stava scendendole scale del palazzo dove abitavano.
Aveva iniziato ad urlarle insulti, accusandola di averlo tradito e poi aveva detto”Ti darò una lezione che non scorderai mai più” E aveva iniziato a colpirla con pugni e calci. Lei si era raggomitolata in posizione fetale cercando di resistere ad un certo punto Giulio si era calmato e piangendo aveva iniziato a cullarla, scusandoasi, affermando che era il grande amore che provava per lei che lo faceva ammattire, che non sarebbe accaduto mai più.
Era iniziato così e poi era regolarmente continuato, prima ogni tanto, poi sempre più di frequente, le botte erano incessanti e lei ormai sperava solo di morire per non soffrire più.
Ormai Giulio chiudeva la porta a chiave quando andava via,le aveva sequestrato il cellulare, le impediva di uscire anche per fare la spesa, era una reclusa.
I suoi genitori avevano provato a contattarla ma lei era stata obbligata a mentire affermando che si sarebbero trasferiti a Londra per un importante lavoro di Giulio, di non preoccuparsi perchè era felice e presto si sarebbe fatta sentire.
Non si lavava più, non faceva più nulla in casa,la depressione l'aveva avvolta nelle sue spire, così non soffriva.
Ogni tanto le venivano in mente le parole della sua professoressa di filosofia quando in classe parlava della forza delle donne, dell'appropriazione dei propri diritti. Una risata amara le saliva alla gola, le lacrime le scendevano inutili lungo le guance, e sentiva di non aver la forza di ribellarsi.
Quel giorno si sentiva peggio del solito, si era avvicinata alla finestra e senza aprire le imposte perchè Giulio non voleva, aveva a lungo osservato due bimbi che giocavano sul marciapiede, ad un certo punto il maschietto prepotentemente aveva spintonato la bimba per appropriarsi di un palloncino, la bimba pur barcollando per la spinta, non si era persa d'animo e aveva reagito, riappropriandosi del palloncino e tirando un calcio al compagno.
Quella scena l'aveva fatta riflettere, perchè non reagire, perchè non riappropriarsi della sua vita, aveva solo ventidue anni, doveva farcela!
Aveva trovato un pezzetto di carta in un cassetto e con una penna aveva scritto un messaggio”Aiuto sono prigioniera, liberatemi, abito al terzo piano , interno B,n.35.Fate presto!.
Aveva appallottolato il foglietto e lo aveva lanciato da una fessura della persiana e aveva atteso.
Così era iniziata la sua liberazione e la sua nuova vita.
Quel foglietto di carta prima era caduto sul marciapiede, poi un bimbo lo aveva preso a calci come si fa con un pallone, poi incuriosito lo aveva raccolto e aperto, letto il messaggio era andato dalla madre che non aveva perso tempo nell'avvertire i carabinieri. Lo stesso pomeriggio avevano dovuto abbattere il portoncino di casa per liberarla.Prima era stata condotta in ospedale per un'accurata visita medica che aveva riscontrato anche traumi precedenti e non solo quelli recenti, poi l'avevano condotta in una struttura per l'accoglienza delle donne maltrattate.
Avevano avvertito anche la sua famiglia che dopo tanto tempo era riuscita a rivedere.
Giulio era stato fermato e denunciato per sequestro di persona e maltrattementi.
Lei non voleva più sapere nulla di lui, sapeva che la risalita sarebbe stata difficile, ma ce l'avrebbe fatta, lei non era più disponibile, la sua vita le apparteneva, il suo corpo era solo suo e a nessuno avrebbe più permesso di maltrattarla, colpirla. Avrebbe prima amato se stessa, poi forse, quando le ferita dell'anima si sarebbero rimarginate, anche un uomo degno di questo nome.